Strategie per far mangiar sano i figli

Le preferenze alimentari sono uno dei fattori che più influenzano le nostre scelte a tavola, e una volta formate non è facile cambiarle. E’ importante quindi individuare strategie che possono aiutare a plasmare tali preferenze nei bambini.

Le strategie che prevedono il coinvolgimento attivo dei bambini come quelle in cui si cucina o si coltiva l’orto, hanno maggiore probabilità di essere efficaci. Tali attività permettono ai piccoli di acquisire familiarità con molti cibi, di apprendere abilità utili e di raggiungere una “consapevolezza alimentare” che non viene stimolata con altri tipi di approccio in cui hanno invece un ruolo passivo, come accade quando vengono forzati a mangiare certi cibi o viceversa quando viene loro proibito di consumarne altri, favorendo la repulsione verso i primi ed una sempre maggiore attrazione per i secondi.

Ai bambini ed adolescenti non interessano le proprietà nutrizionali degli alimenti ma la loro “piacevolezza”, che dipende in gran parte dall’abitudine.

E’ utile che i ragazzi abbiano un margine di manovra, scegliendo, per esempio, quali frutti mangiare fra quelli proposti o il piatto da cucinare con papà fra due possibilità.

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copertina metamorfosi

m e t a m o r f o s i    C H I C

Se ogni capo rappresenta n’epoca, quello della generazione social è senz’altro la felpa. Alla maglia, con o senza cappuccio, anche  la moda più snob e costosa ha dovuto inchinarsi. Non c’è designer o influencer che resista alla tentazione di crearne o sfoggiarne una. Portata in tutti i modi, nella versione atletic o mischiata ai completi di lana.

Apprezzata per la sua comodità ma soprattutto per quello che rappresenta : la libertà.

La felpa è un segno di appartenenza. Un indumento classico normale che diventa un pezzo da collezione.

La felpa è moderna perché è naturalmente genderless. Tradotto in modese : la felpa mixata con capi classici come il trench. Ed è per questo che piace anche a chi giovane non lo è più e la usa per rinfrescare il guardaroba. Fate la prova : quella grigia abbinata al pantalone marrone ed il mocassino; quella bianca usata per sdrammatizzare la gonna in pelle nera ; rosa per rendere quotidiana la gonna plissè spalmata d’oro; o ancora nera sul cashmere fliss per rendere chic un jeans a vita alta.

I brand di lusso ne hanno capito la forza. Il capo più ricercato nelle nuove collezioni è la tuta di cashmere perché è più importante sentirsi comodi e bene con se stessi che voler apparire, dice e pensa qualcuno. La felpa, però, è anche un questione di atteggiamento ( leggi stile ) che funziona solo se è reale.

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L’ISOLA che non c’è

copertina l'isola

Un giorno Pier Paolo Pasolini perse l’ultimo battello per raggiungere le isole Tremiti. Fu costretto a trascorrere la notte a Rodi Garganico. Alloggiava in una pensione piena di villeggianti, la notte era bellissima ed arrivava fino in paese il rumore della risacca del mare. Raggiunse la spiaggia, era mezzanotte e fu abbracciato dal silenzio. Quel silenzio e quella solitudine ispirarono a Pasolini un’espressione : “Ma qui sono in un’isola.”

L’intuizione è illuminante e non priva di fascino. Il Gargano è un promontorio che fa parte della provincia di Foggia ed è saldamente collegato al Tavoliere delle Puglie; è circondato per tre lati su quattro dal mare Adriatico, ma tutti i suoi paesi hanno l’anima di un’isola.

Venendo da Sud-Ovest, il primo paese è Rignano Garganico, un centro scolpito su una collina da cui si osserva il mare di terra. Una democrazia cromatica in cui svettano i diversi tipi di marrone e verde a perdita d’occhio, un luogo che ha la stessa immensità dell’acqua.

La montagna da cui si guarda il mare, le selve e gli sterminati orizzonti colorati, l’idea aliena di essere isola e terra di confine, hanno reso il Gargano un luogo di ascesi e preghiera. A Monte Sant’Angelo c’è il santuario dedicato a San Michele Arcangelo, che vi apparve nel 490 e da allora divenne luogo di pellegrinaggi da tutte le parti del mondo. IL Gargano è meta del turismo soprattutto tedesco proprio in virtù di questo legame storico e religioso. Dai belvedere di Monte Sant’Angelo si riesce ad osservare il mare, nel suolo scorrono piccoli ruscelli e si aprono grotte misteriche come quella votata al culto di San Michele.

IL Gargano è bianco, marrone, azzurro ed è verde come la foresta umbra,fitta di faggi, cerri, querce e lecci. Tripudio di colori in autunno ed animali come tassi, daini, cervi e cinghiali.

Oltre il verde si affaccia la pietra a strapiombo sul mare e qui sono intagliati i paesi garganici : Rodi, Vico, Vieste, Peschici, Mattinata.  Accrocchi di case spesso in pietra Apicena e contrappunti alla costa disseminata di marine, calette e grotte. Oltre 200 chilometri di pietra e sabbia, costellati da scogliere, “strapunti” e faraglioni dalle forme più suggestive. Le spiagge sono spesso protette dalla pietra, a volte si raggiungono dopo aver traversato grotte, scavalgato montagnole, e disceso tra sentieri ripidi. Il fascino è nel selvatico, negli orizzonti, nella pietra che si estende nel mare e questa morfologia ha permesso la nascita ed il prosperare del trabucco, uno tra i più antichi metodi di pesca. Il trabucco garganico è una struttura composta di travi in legno di pino d’Aleppo ancorate alla roccia, all’estremità sul mare vi sono lunghi bracci che sostengono le reti.

Il Gargano ha questa forma aspra che richiama  un’anima mitologica, come se un grande mostro marino fosse appoggiato nell’adriatico. Le grotte dei due occhi di Vieste evocano un’idea antropomorfica della penisola. I faraglioni nella Baia dei Mergoli a Mattinata creano arabeschi di pietra che si fanno grotta o addirittura monumentali archi di trionfo.

Dopo aver attraversato la foresta umbra nella sua distesa di case bianche s’incontra proprio Vieste, un paese che, pur essendo marittimo, dà l’idea dell’impervio, del montano. Un incrocio di mondi, un connubio unico di irraggiungibilità, serenità, ma anche il costante e proteso braccio teso di una penisola che cerca il mare senza orizzonte, dunque l’infinito.

da un testo di Mario Desiati

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copertina L'intrusa

L’INTRUSA

Di Napoli non si vede niente, il film si svolge tutto in uno spazio che suggerisce, evoca e risuona della realtà napoletana di periferia ma è quasi metaforico. Un po’ come se fosse il cortile di una commedia di Scarpetta o di Eduardo.

L’intrusa è un film con la camorra e non sulla camorra.

Ne è protagonista un’umanità costretta a conviverci, subirla, resistere. Quelle persone comuni che alimentano la fiducia che non sia una guerra persa per sempre.

La “masseria” è un centro ricreativo che accoglie i ragazzi della vicina scuola di periferia. Il cortile, realissimo seppure reso fiabesco dai murales di Gabriella Giandelli, diventa terreno di un gioco di sguardi, corse, chiacchiere, spintoni, parate. Lo anima Giovanna, una donna che viene dal nord e si è consacrata a Napoli ed a questo compito. Il quartiere le è grato e la sostiene.

Nell’ampio spazio esterno c’è una casetta abusiva che Giovanna ha messo a disposizione di una giovanissima madre con due bambini: L’irruzione della polizia, venuta a stanare un camorrista latitante, responsabile di un delitto infame nel quartiere, marito della giovane madre ospitata, rileva l’inganno della giovane ai danni di Giovanna e della comunità.

Giovanna non la vuole cacciare. La comunità è ,però, riluttante, non la vuole, e poi si ribella. Senza perdere il rispetto. Quello che prima di ogni cosa l’operato di Giovanna predica..

Alla fine tutto va a posto ma niente è in ordine, ma con un gesto da parte della giovane intrusa che, nella sua amarezza, indica però forse che qualcosa di nuovo ha imparato.

Leonardo Di Costanzo non è anagraficamente giovane ma è giovane come regista.

Gli interpreti dell’intrusa sono in maggioranza non professionisti ma evidentemente frutto di grandissima cura. La stessa protagonista non è propriamente un’attrice, ma un’affermata danzatrice e coreografa torinese.

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copertina masilo

M  A  S  I  L  O

Giselle ormai puro spirito ma ancora innamorata, prende fra le mani il volto di Albrecht e lo bacia per l’ultima volta. Mentre lui si accascia, afferra lo scudiscio che Myrta le porge e lo finisce a frustate. Quindi passa sul suo cadavere e si allontana con le altre Villi che qui sono le anime vendicatrici degli antenati. Perché è una Giselle sudafricana la nuova creazione di Dada Masilo.

Questa volta, rispetto al capolavoro romantico, niente perdono cristiano per il traditore Albrecht che ha ingannato l’ingenua Giselle, l’ha condotta alla follia ed alla morte.

In questa versione Giselle si chiama Mbaly, cioè fiore, mentre Myrta è un Sangoma, un quaritore, ed impugna uno scacciamosche rituale. Gli spiriti, vestiti di rosso sangue, sono uomini e donne.

Alla fine del primo atto Giselle, scoperto il tradimento, impazzisce e muore sole e nuda. Qui la Masilo è un’interprete travolgente. Soltanto dopo la morte una processione della gente del villaggio la piange su un canto tradizionale sudafricano.

Pochissimo la musica originale di Adolphe Adam, Masilo ha preferito una partitura originale ( voce, violoncello, violino, arpa e percussioni ) del sudafricano Philip Miller.

Questa Giselle, nei costumi, nella danza, nel disegno di William Kentridge che fa da sfondo al primo atto, è più rurale.. La coreografia della Masilo e piuttosto fusion. “Uso diversi linguaggi – dice Dada -. Il contemporaneo, qualche passo classico, tradizionale africano, come la danza “Tswana”. C’è, pure una afrosamba nella festa del primo atto. Preferisco mescolare.”

Masilo è una vera donna di teatro che sa sfruttare gli imprevisti. Nella scena finale gli spiriti lanciano in aria nuvole di polvere bianca come un rituale magico. In realtà la macchina del fumo non funzionava bene e lei ha scelto l’altra soluzione che in realtà sembra come una magia.

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