G r a n d e D O M A T O R E

copertina domatore

Se si è un artista greco come Dimitris Papaioannou, l’eredità del mondo classico è ineludibile.

Nonostante i suoi lavori rispecchino una vibrante modernità, di dispiegano tuttavia una serenità apollinea attraversata da potenti turbamenti dionisiache. Ecco perché Papaioannou, artista visivo, regista, performer, coreografo difficilmente catalogabile, ricorda che il titolo “The Great Tamer” (Il grande domatore) il nuovo spettacolo che il 23 e 24 giugno ha debuttato al Napoli Teatro Festival, è una metafora per definire il tempo usata da Omero e nelle tragedie greche.

Ma il coreografo aggiunge : “ Gioco anche con l’idea del circo, penso a domare gli animali selvaggi, domare e quindi educare se stessi”.

Il background classico è costante nella trilogia di cui “The Great Tamer” è l’ultimo pannello. C’era il mito di Sisifo in “Still Life”; il riferimento al giovane uomo nudo, il Kouros, della statuaria greca, in Primal Matter”.

“The Great Tamer “ è un viaggio nell’animo umano, nelle sue pieghe più sotterranee alla ricerca delle radici. Qui il mito di riferimento è quello di Persefone. Trascorreva sei mesi sulla terra e sei mesi agli inferi. C’è la dualità dell’essere umano, melanconia e felicità, inverno e estate.

E’ una nozione archetipica : per avere la fertilità e la luce ci deve essere il buio e la sterilità.

Dice il coreografo : “ In questo lavoro ci sono anche molti riferimenti a Botticelli, El Greco, Rembrandt. E poi Murnau, Fritz Lang e Kubrik. E’ la mia biblioteca mentale.”

Dieci gli interpreti, come musica il “Danubio Blu” di Johann Strauss (“ E’ la musica più banale, ma qui completamente rimixata eppure riconoscibile.”). Infine una scenografia di semplici plance ed altri oggetti che creano un panorama di arte povera. L’artista preferito da Dimitris è Jannis Kounellis. Del suo lavoro lo attrae la trasformazione di materiali umili e ben riconoscibili ricomposta in un modo da rivelare qualcosa della nostra memoria.



Da un testo di Sergio Trombetta

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