copertina ravo

RAVO, il writer

La vita del giovane pittore, Andrea Mattoni, dalla primavera del 2016 è un po’ scombussolata. Il suo progetto di dipingere con le bombolette spray quadri della tradizione classica italiana,  in particolare Caravaggio, sta diventando una valanga che rischia di travolgere la sua vita per i prossimi cinque anni.

In arte Ravo, 36 anni di Varese, Andrea Mattoni ha avuto un’idea semplice e rivoluzionaria : con la street art realizza quadri che normalmente si trovano nei musei e nelle grandi gallerie d’arte del mondo. Unisce la tradizione e la contemporaneità, il classico ed il pop.

Certo non basta la buona volontà, Andrea Mattoni ha una formazione degna di un artista di primo livello : studi artistici, l’Accademia di Brera e….. una famiglia di artisti.

Ha iniziato spruzzando con le bombolette spray sui murie sui treni. Ma il suo percorso è poi divenuto meno underground. “Era tempo – racconta – che mi balenava l’idea delle bombolette con i soggetti della grande arte. Ho iniziato a Varese. Mi hanno chiamato per disegnare sotto un cavalcavia in viale Belforte. Ci ho messo 5 giorni ed ho dipinto “La cattura di Cristo” di Caravaggio. I giornali locali ne hanno parlato e così via.”

Adesso viaggia al ritmo di un dipinto spray al mese. La sua ambizione è creare una sorta di museo a cielo aperto di street art, con opere della grande tradizione.

A Malpensa c’è ilsuo “Il riposo durante la fuga in Egitto” di Caravaggio. Ad Olbia “Il ritrovamento della vera Croce” del pittore sardo del cinquecento Maestro di Otzieri.

A San Salvatore di Fitalia (Messina) ha realizzato “La cena di Emmaus di Caravaggio. Ad Angera (Varese) “Il fanciullo con canestra di frutta” ancora del Caravaggio.

Prossima Tappa? Ha già appuntamenti per altri murales a Orio al Serio e Linate, a Venezia, a Cartagena in Spagna, in Svizzera e poi ……..CHISSA’ ?

 Da un testo di Roberto Rotondo

o Commenti

copertina le serve

L E    S E R V E

Un armadio pieno di vestiti e gioielli della loro padrona che ogni sera  a turno indossano “giocando ad essere Madame”, uno specchio che rimanda il vuoto della loro identità ed il grande letto dove avviene la cerimonia del delitto.

Il,palco del teatro Grassi è pronto per “Le serve” uno dei capolavori di Jean Genet. Il testo nel 1947 ispirato ad un evento di cronaca ha per protagoniste due inquietanti sorelle, Claire e Solange. La loro trasformazione, ogni sera quando la amata/odiata padrona non c’è, è un rituale ossessivo che puntualmente terminerà con l’uccisione di Madame.

A dirigere la pièce, Giovanni Anfuso, a darle voce tre attrici, Vanessa Gravina (Madame ), Manuela Mandracchia ( Claire ) e nei panni di Solange, Anna Bonaiuto alla sua prima volta con Genet.

Le cameriere dalla loro soffitta desiderano tutto ciò che ha la padrona ( bellezza, vestiti, gioielli, amanti ) e sognano di essere lei , ma nello stesso tempo la vogliono uccidere. L’essere donna è, per loro un’aggravante che esaspera il rapporto schiavo-padrone, “les bonnes” , in francese, vuol dire anche “le buone”, ovvero buone per tutto, per fare qualsiasi cosa.

 Con una scena tinta di verde, livida come un cadavere, sul palco si riflette anche sul ribaltamento tra immaginario e realtà. Le serve non possono desiderare né amare. Vorrebbero toccare la loro Signora ma non possono, accarezzano dunque i suoi vestiti. Anche Madame rappresenta un altro vuoto, lei vive solo nell’oggetto che possiede, vestito. gioiello o amante che sia.

Le serve rappresentano tutti i rifiutati, i diversi, gli emarginati ma anche una critica rispetto al ruolo ed alla mancata identità. Indossare un ruolo è l’essere riconosciuti come persone. L’ idea sulla possibilità di un riscatto sociale per Genet  è infernale, non c’è riscatto se non nella morte.

Le due interpreti sono bravissime nel dare spessore anche alla pochezza umana che traspare tra le sfaccettature di queste donne, diverse tra loro e vere nelle emozioni che esprimono e che la Signora opprime anche tecnicamente ed è presenza fantasmatica anche con le gigantografie.

“Le serve” è una favola che diventa un rituale maledetto ed insopportabile cercando di svelare la violenza profonda che vive in noi e determina la nostra cultura, la nostra esistenza e la nostra psicologia. E’ una messa nera, un’invocazione sensuale del potere, un denudamento fisico, morale e sociale. Allo spettatore non resta che “partecipare a questo rito già insito nel teatro e di cui spesso ci si dimentica.

o Commenti

copertina masilo

M  A  S  I  L  O

Giselle ormai puro spirito ma ancora innamorata, prende fra le mani il volto di Albrecht e lo bacia per l’ultima volta. Mentre lui si accascia, afferra lo scudiscio che Myrta le porge e lo finisce a frustate. Quindi passa sul suo cadavere e si allontana con le altre Villi che qui sono le anime vendicatrici degli antenati. Perché è una Giselle sudafricana la nuova creazione di Dada Masilo.

Questa volta, rispetto al capolavoro romantico, niente perdono cristiano per il traditore Albrecht che ha ingannato l’ingenua Giselle, l’ha condotta alla follia ed alla morte.

In questa versione Giselle si chiama Mbaly, cioè fiore, mentre Myrta è un Sangoma, un quaritore, ed impugna uno scacciamosche rituale. Gli spiriti, vestiti di rosso sangue, sono uomini e donne.

Alla fine del primo atto Giselle, scoperto il tradimento, impazzisce e muore sole e nuda. Qui la Masilo è un’interprete travolgente. Soltanto dopo la morte una processione della gente del villaggio la piange su un canto tradizionale sudafricano.

Pochissimo la musica originale di Adolphe Adam, Masilo ha preferito una partitura originale ( voce, violoncello, violino, arpa e percussioni ) del sudafricano Philip Miller.

Questa Giselle, nei costumi, nella danza, nel disegno di William Kentridge che fa da sfondo al primo atto, è più rurale.. La coreografia della Masilo e piuttosto fusion. “Uso diversi linguaggi – dice Dada -. Il contemporaneo, qualche passo classico, tradizionale africano, come la danza “Tswana”. C’è, pure una afrosamba nella festa del primo atto. Preferisco mescolare.”

Masilo è una vera donna di teatro che sa sfruttare gli imprevisti. Nella scena finale gli spiriti lanciano in aria nuvole di polvere bianca come un rituale magico. In realtà la macchina del fumo non funzionava bene e lei ha scelto l’altra soluzione che in realtà sembra come una magia.

o Commenti

EFFIMERO monumento

copertina effimero

Il 28 aprile 1958 l’artista francese Yves Klein inaugura la sua esposizione “Il Vuoto” presso la galleria Iris Clert a Parigi con l’intento di mostrare la materia primaria della sua ricerca : la sensibilità pittorica.

Arman risponde con “Il Pieno”, riempiendo lo stesso spazio con un’imponente massa di scarti urbani, come biciclette, radiatori di automobili, centinaia di lampadine usate, binocoli, bidet, dipinti di altri artisti e radio rotte.

Una contrapposizione estrema tra assenza e presenza degli oggetti che trova un equilibrio nell’opera di Sarah Sze (1969), che lavora sulla situazione spaziale offerta da musei e da gallerie per costruire un flusso di cose che arrivano, come terza via, a formare un insieme visibile ed invisibile, materiale ed immateriale.

Le sue composizioni fluttuano negli ambienti architettonici, li occupano e compongono ramificazioni, in cui gli oggetti perdono la loro funzione e si affermano come entità, sempre riconoscibili, ma partecipi di una crescita e di forme che risultano naturali. Sono libri, lampade, porzioni di automobili, tavoli, bombole, cactus, bottiglie, saponi e utensili con cui l’artista dà corpo a un’occupazione ed una lievitazione in cui i prodotti assumono diversi ruoli, inediti e non abituali. Diventano attori di un viaggio nello spazio, dal pavimento al soffitto, che non è mai lineare né costante. Producono reticoli che si avvicinano alle stesure grafiche che formano la rappresentazione dei monumenti in Piranesi, il cui effetto di miscellanea casuale e caotica comporta l’intreccio di parti luminosi e trasparenti, oscure e piene, in cui lo sguardo del visitatore si perde, come in un labirinto.

E’ un invito ad immergersi in uno spartito tridimensionale che, con i suoi momenti di crescita e di caduta, fa percepire una costruzione del mondo, fatto di prodotti seriali, che è una ragnatela in espansione come in declino : un monumento all’effimero che ci circonda e intrappola.

testo di Germano Celant

o Commenti

il V I S I O N A R I O

copertina KY

Lo spirito del gatto lo avvolgeva come un secondo kimono. Per i contemporanei, addirittura, Utagawa Kuniyoshi a volte considerato lui stesso un “bakenego” vero e proprio Stregatto  ante litteram, creatura a metà tra una fantasma ed un mostro felino la cui caratteristica principale era il trasformismo.

Sin da giovane il maestro dell’Ukiyo-e, nato non lontano dall’allora piccolo villaggio di pescatori di Edo, la futura Tokio, aveva suscitato interesse per le sue capacità artistiche.

I gatti che il maestro adorava al punto da nasconderne uno nella manica della sua veste anche quando lavorava alle sue creazioni, mentre felini di ogni taglia e colore vagavano liberi per le sua casa studio. E spesso comparivano nelle stampe come protagonisti reali o immaginari.

Eppure Kuniyoshi è stato capace di trasferire con inchiostro e colori molto altro nei suoi Ukiyo-e. Per esempio i 108 briganti protagonisti della saga “Suikoden”. O i samurai protagonisti delle battaglie che avevano trasformato il Sol Levante. E ancora : le splendide cortigiane che allietavano i signori dell’epoca. O le figure mitologiche proprie della storia patria.

Figlio di un tintore di seta sin da bambino dimostrò un innato talento per la raffigurazione artistica tanto che  a soli 12 anni fu ammesso nella celebre scuola di  xilografia Utagawa, a Edo, dove in breve ricevette il suo nome d’arte : Kuniyoshi.

Ma la sua ricerca di autonomia, la sua curiosità verso le tecniche occidentali (l’uso del rame, per esempio) gli regalarono anche momenti di oblio come quando nessun committente arrivò a bussare alla sua porta, costringendolo a vendere tatami per sbarcare il lunario.

Una figura con luci e ombre, che rimase tuttavia sempre fedele ai propri principi, ai propri sogni che trasferiva sulla carta dando vita ad allegorie policrome capaci di sorprendere per la loro somiglianza con le opere di Arcimboldo.

Kuniyoshi fece in tempo a raffigurare i primi occidentali arrivati nel porto Yokohama, aperto ai commerci nel 1859 ma l’artista aveva ormai un tratto evanescente forse aveva semplicemente capito che il suo universo stava per cambiare per sempre. In realtà, però, il mondo  fluttuante dei suoi eroi non era affatto destinato a sparire : per nostra fortuna.

o Commenti