copertina masilo

M  A  S  I  L  O

Giselle ormai puro spirito ma ancora innamorata, prende fra le mani il volto di Albrecht e lo bacia per l’ultima volta. Mentre lui si accascia, afferra lo scudiscio che Myrta le porge e lo finisce a frustate. Quindi passa sul suo cadavere e si allontana con le altre Villi che qui sono le anime vendicatrici degli antenati. Perché è una Giselle sudafricana la nuova creazione di Dada Masilo.

Questa volta, rispetto al capolavoro romantico, niente perdono cristiano per il traditore Albrecht che ha ingannato l’ingenua Giselle, l’ha condotta alla follia ed alla morte.

In questa versione Giselle si chiama Mbaly, cioè fiore, mentre Myrta è un Sangoma, un quaritore, ed impugna uno scacciamosche rituale. Gli spiriti, vestiti di rosso sangue, sono uomini e donne.

Alla fine del primo atto Giselle, scoperto il tradimento, impazzisce e muore sole e nuda. Qui la Masilo è un’interprete travolgente. Soltanto dopo la morte una processione della gente del villaggio la piange su un canto tradizionale sudafricano.

Pochissimo la musica originale di Adolphe Adam, Masilo ha preferito una partitura originale ( voce, violoncello, violino, arpa e percussioni ) del sudafricano Philip Miller.

Questa Giselle, nei costumi, nella danza, nel disegno di William Kentridge che fa da sfondo al primo atto, è più rurale.. La coreografia della Masilo e piuttosto fusion. “Uso diversi linguaggi – dice Dada -. Il contemporaneo, qualche passo classico, tradizionale africano, come la danza “Tswana”. C’è, pure una afrosamba nella festa del primo atto. Preferisco mescolare.”

Masilo è una vera donna di teatro che sa sfruttare gli imprevisti. Nella scena finale gli spiriti lanciano in aria nuvole di polvere bianca come un rituale magico. In realtà la macchina del fumo non funzionava bene e lei ha scelto l’altra soluzione che in realtà sembra come una magia.

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EFFIMERO monumento

copertina effimero

Il 28 aprile 1958 l’artista francese Yves Klein inaugura la sua esposizione “Il Vuoto” presso la galleria Iris Clert a Parigi con l’intento di mostrare la materia primaria della sua ricerca : la sensibilità pittorica.

Arman risponde con “Il Pieno”, riempiendo lo stesso spazio con un’imponente massa di scarti urbani, come biciclette, radiatori di automobili, centinaia di lampadine usate, binocoli, bidet, dipinti di altri artisti e radio rotte.

Una contrapposizione estrema tra assenza e presenza degli oggetti che trova un equilibrio nell’opera di Sarah Sze (1969), che lavora sulla situazione spaziale offerta da musei e da gallerie per costruire un flusso di cose che arrivano, come terza via, a formare un insieme visibile ed invisibile, materiale ed immateriale.

Le sue composizioni fluttuano negli ambienti architettonici, li occupano e compongono ramificazioni, in cui gli oggetti perdono la loro funzione e si affermano come entità, sempre riconoscibili, ma partecipi di una crescita e di forme che risultano naturali. Sono libri, lampade, porzioni di automobili, tavoli, bombole, cactus, bottiglie, saponi e utensili con cui l’artista dà corpo a un’occupazione ed una lievitazione in cui i prodotti assumono diversi ruoli, inediti e non abituali. Diventano attori di un viaggio nello spazio, dal pavimento al soffitto, che non è mai lineare né costante. Producono reticoli che si avvicinano alle stesure grafiche che formano la rappresentazione dei monumenti in Piranesi, il cui effetto di miscellanea casuale e caotica comporta l’intreccio di parti luminosi e trasparenti, oscure e piene, in cui lo sguardo del visitatore si perde, come in un labirinto.

E’ un invito ad immergersi in uno spartito tridimensionale che, con i suoi momenti di crescita e di caduta, fa percepire una costruzione del mondo, fatto di prodotti seriali, che è una ragnatela in espansione come in declino : un monumento all’effimero che ci circonda e intrappola.

testo di Germano Celant

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il V I S I O N A R I O

copertina KY

Lo spirito del gatto lo avvolgeva come un secondo kimono. Per i contemporanei, addirittura, Utagawa Kuniyoshi a volte considerato lui stesso un “bakenego” vero e proprio Stregatto  ante litteram, creatura a metà tra una fantasma ed un mostro felino la cui caratteristica principale era il trasformismo.

Sin da giovane il maestro dell’Ukiyo-e, nato non lontano dall’allora piccolo villaggio di pescatori di Edo, la futura Tokio, aveva suscitato interesse per le sue capacità artistiche.

I gatti che il maestro adorava al punto da nasconderne uno nella manica della sua veste anche quando lavorava alle sue creazioni, mentre felini di ogni taglia e colore vagavano liberi per le sua casa studio. E spesso comparivano nelle stampe come protagonisti reali o immaginari.

Eppure Kuniyoshi è stato capace di trasferire con inchiostro e colori molto altro nei suoi Ukiyo-e. Per esempio i 108 briganti protagonisti della saga “Suikoden”. O i samurai protagonisti delle battaglie che avevano trasformato il Sol Levante. E ancora : le splendide cortigiane che allietavano i signori dell’epoca. O le figure mitologiche proprie della storia patria.

Figlio di un tintore di seta sin da bambino dimostrò un innato talento per la raffigurazione artistica tanto che  a soli 12 anni fu ammesso nella celebre scuola di  xilografia Utagawa, a Edo, dove in breve ricevette il suo nome d’arte : Kuniyoshi.

Ma la sua ricerca di autonomia, la sua curiosità verso le tecniche occidentali (l’uso del rame, per esempio) gli regalarono anche momenti di oblio come quando nessun committente arrivò a bussare alla sua porta, costringendolo a vendere tatami per sbarcare il lunario.

Una figura con luci e ombre, che rimase tuttavia sempre fedele ai propri principi, ai propri sogni che trasferiva sulla carta dando vita ad allegorie policrome capaci di sorprendere per la loro somiglianza con le opere di Arcimboldo.

Kuniyoshi fece in tempo a raffigurare i primi occidentali arrivati nel porto Yokohama, aperto ai commerci nel 1859 ma l’artista aveva ormai un tratto evanescente forse aveva semplicemente capito che il suo universo stava per cambiare per sempre. In realtà, però, il mondo  fluttuante dei suoi eroi non era affatto destinato a sparire : per nostra fortuna.

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SLEEP CONCERT

copertina sleep

Il sonno dello spettatore scatta così, ineluttabile e senza preavviso. E più si tenta di contrastarlo più il torpore ti invade, la testa crolla, sussulta, ricade.

Ma ora per i dormienti del teatro è arrivata anche in Italia la notte della riscossa. A mezzanotte del 17 giugno al Donizetti di Bergamo ha preso il via il primo “sleep concert” in un teatro storico, nove ore di musiche dal vivo scelte ed eseguite con l’esplicita finalità di far ronfare chi le ascolta, beatamente disteso sui materassini.

“L’idea è nata da una considerazione pratica : il Donizetti chiudeva per restauri per due anni, le strutture sono state  messe in sicurezza, le poltrone sostituite … E così, approfittando della platea sgombra abbiamo deciso di farla vivere un’ultima volta in La Notte del Campanello, come si intitola un’opera di Donizetti, dove un giovane disturba la prima notte di nozze del rivale, un farmacista, suonando di continuo alla sua porta con la scusa di inesistenti malanni.” Spiega Francesco Micheli, il direttore artistico del Donizetti Festival.

 Stavolta è accaduto l’opposto. Sul teatro dove per secoli sono risuonate le melodie di Donizetti e Bellini, di Verdi e Rossini, è calato il sipario “ E come meglio prendere congedo da tanti fantasmi se non facendo addormentare il pubblico nella vecchia sala?”

Un sogno di una notte di mezza estate con otto musicisti che hanno sparso come elfi e folletti le loro magie sugli occhi degli spettatori. “Si sono disposti intorno alla platea così da lasciare fluire un suono circolare, adatto a suscitare diversi paesaggi sonori, dalla lirica all’elettronica, secondo le fasi del sonno”.

Le sonorizzazioni sono state appositamente preparate per la notte del campanello da 8 musicisti invitati espressamente per questa occasione. : il percussionista Lino Capra Vaccina, figura mitica del minimalismo italiano; il compositore Sandro Mussida  ha dialogato musicalmente con la cantante lirica italo australiana Olivia Salvadori ed il duo Quasi una fantasia, formato dal belga Pierre-Jean Vranken e dalla cantante austriaca Christina Van Peteghem. La chitarrista Alessandra Novaga e la violoncellista svedese Helena Espvall hanno toccato le corde delle diverse fasi del sonno Le sonorità underground del Nord America, con la producer elettronica di origini sud-asiatiche Beast Nest, il musicista industrial di origini russe Sergey Yashenko e la turntablist peruviana Maria Chavez, hanno completato il paesaggio sonoro curato da Invisible Show che presenta molti artisti al debutto concertistico in Italia. Il risveglio è stato invece sonorizzato con una selezione musicale curata da Andrea “Onga” Ongarato, fondatore dell’etichetta di musica sperimentale Broing Machines.

Gli artisti si sono disposti circolarmente lungo il perimetro della platea per ricercare in una occasione così inusuale la massima condivisione tra musicisti e ascoltatori, tra musica e sonno. Sotto l’aspetto tecnico si è andato a ribaltare la normale dinamica monodirezionale del suono in teatro. Si è costruito una filodiffusione circolare, un suono surround che ha avvolto il sonno pubblico.

La musica ha interagito con le fasi del sonno, ha suggestionato le onde cerebrali, ha creato episodi onirici, specie nel dormiveglia, quando i sensi sono più ricettivi.

L’esperimento di Bergamo ha preceduto di un mese un evento analogo al Concertgebouw di Amsterdam.

Insomma la musica genera sonno ed il sonno genera  musica. E chi vuol dormire bene, vada a teatro.

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Il GENIO della LAMPADA

copertina genio lampada

E’ come se il profumo fosse il genio della lampada, pronto se non esaudire ogni desiderio, per lo meno a condurci in ogni luogo del pianeta, dalla Scozia al Sahara, all’Islanda, al Kenia.

Questa è una chiave che porta diritta a Londra, alla Somerset House dove è stata in cartellone la mostra intitolata “Perfume. A sensory journey through contemporary scent.”. un percorso nulti-sensoriale più articolato e complesso che esplora e svela la scena internazionale del profumo contemporaneo attraverso le intuizioni di dieci maestri profumieri

I dieci protagonisti della mostra sono stati selezionati per la creatività, l’innovazione e l’ingegno apportati nel proprio lavoro, dal Senior Curator della Somerset House, Claire Catterall e da Lizzie Ostrom, importante esperta del campo, nota anche come Odette Toilette.

Dieci nomi selezionati fra i pionieri delle mode e delle tendenze che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni : da Daniela Andrier a Mark Buxton, da Olivia Giacobetti a Lyn Harris, da Antoine Lie a Andy Tauer.

In ognuna delle dieci sale è stata ricreata un’atmosfera diversa in cui gli stimoli suggeriti dall’olfatto, il più antico dei sensi, quello più strettamente collegato all’inconscio, si mescolano alle emozioni sprigionate dagli altri sensi.

Le sale del museo sono state trasformate in laboratori avveniristici dotati degli strumenti ma soprattutto dagli ingredienti e degli oli essenziali (200), fra cui un naso seleziona quelli indispensabili a creare un nuovo profumo.

Questi profumieri che si sono messi in gioco sfidando con il proprio operato la lunga e millenaria storia del profumo sono stati selezionati anche in base all’alto tasso di audacia e creatività che hanno riversato nel loro lavoro.

 Un lavoro che spazia dal design alla comunicazione al packaging.

L’esibizione ha compreso, anche, un vero e proprio laboratorio artigianale per la creazione dei profumi, completamente funzionale, dove i visitatori, letteralmente immersi nelle fragranze e negli olii essenziali ricavati dai fiori, hanno potuto interagire con le composizioni e le essenze e ricevere istruzioni da parte dei professionisti, verificando la loro abilità, partecipando ad esperienze pratiche, e avvicinandosi così all’antichissima scienza del profumo.

All’entrata del museo ai visitatori veniva, inotre, consegnato un taccuino su cui annotare le proprie sensazioni e constatare come un odore magari anche banale possa suscitare reazioni tanto diverse ed articolate.

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