VIVERE il PRESENTE

copertina Vivere il presente

Negli ultimi anni la cinematografia giapponese non ha espresso personalità a livello del suo glorioso passato. Tra le più interessanti c’è quella di Hirokazu Kore-eda, autore a pieno titolo dalla poetica riconoscibile : centrata, soprattutto nelle ultime opere, sulla famiglia ed il rapporto presente e passato. Nel piano tematico i sentimenti individuali, in quello formale la sobrietà della regia lo identifica.

Frequentatore abituale di Cannes, l’anno scorso il cineasta nipponico ci aveva portato Ritratto di famiglia con tempesta che questa estate è uscito in Italia quasi in coincidenza con la nuova edizione del Festival.

Al centro c’è una famiglia, recentemente sciolta dal divorzio : Ryota, Kyoko ed il loro figlio undicenne Shingo. Altro personaggio fondamentale Yoshigo, la vecchia madre di Ryota, mentre la sorella di questi ha un ruolo accessorio.

L’azione ha inizio subito dopo un funerale, quello del padre del protagonista maschile. Ryota è un tipo che non sta bene nella propria pelle. Baciato da un successo precoce ( un premio letterario ) da quindici anni è alle prese con la sindrome della pagina bianca; ora, poi, soffre per la separazione dalla moglie, che ha una relazione con un uomo meno versato per la letteratura e  più per l’economia.

Infatti Ryota non riesce a pagare nemmeno l’assegno di mantenimento per il figlio. Guadagna poco facendo l’investigatore privato in pedinamenti per cause coniugali : ma perde tutto scommettendo.

Spesso si confida con mamma, finendo per frugare nei suoi cassetti alla ricerca di quattrini..

L’anziana Yoshiko, casalinga sempre affaccendata intorno ai fornelli, ma anche buona psicologa,  sintetizza alla perfezione il problema del suo bambino mal cresciuto : che fluttua tra la nostalgia del passato perduto e l’illusione di un futura sognato, ma non sa vivere nel presente.

Un giorno complice un tifone che investe la città con violente raffiche di pioggia, la vecchia insiste

Perché la famiglia divisa passi la notte a casa sua; nella speranza, maliziosa e tacita, che i due ex-coniugi si riconcilino.

L’ultima parte del film è una seduta a porte chiuse condotta con un senso dell’intimità – insieme del pudore – visto di rado nel cinema più recente.

 La sottigliezza del regista si apprezza in particolare nel modo in cui ci spinge a percepire i personaggi.

Quello del protagonista, soprattutto. Inaffidabile, geloso, bugiardo e non troppo onesto, Ryota avrebbe tutto per risultare antipatico; ed invece, nella sua immaturità puerile, ma unita ad un sincero desiderio di riscatto, finisce poco a poco per aggiudicarsi la nostra solidarietà.

da un testo di Roberto Nepoti

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L ‘arte della pazienza

pazienza copertina

RICHARD GERE, il divo più impegnato di Hollywood si è nutrito di politica fin dall’infanzia. Erano gli anni Sessanta e l’attore viveva a Filadelfia in un piccolo appartamento, cinque fratelli, un padre “ che lavorava tutto il giorno” ed una madre “ che si occupava di noi figli a tempo pieno.” Nel Dna comune la curiosità verso il paese ed il mondo.

Il divo buddista ha capito molto presto da che parte voleva stare. Al college è iniziato il tempo della partecipazione. “Sono entrato – ha detto- in un gruppo che si chiamava Sds, Student for democratic society. “ Per lui è seguito un periodo di formazione fondamentale. Se c’è una cosa che ha capito nei suoi cinquant’anni da attivista è che “bisogna imparare l’arte della pazienza.” I veri cambiamenti, secondo lui, arrivano attraverso processi lenti. Quelli veloci spesso si rivelano falsi. L’arte è potente, ma le vittorie arrivano solo dopo un lungo cammino. Serve perseveranza.

A sentirlo parlare con tanta saggezza viene voglia di chiedergli se è sempre stato così responsabile. Alla domanda lui sorride e…. “probabilmente no”.

L’aspetto più pazzo lo concentra nel lavoro che fa. Nell’ultimo film dell’amico Move Overman in sala da poco, The Dinner, interpreta un candidato politico che si ritrova coinvolto in un dilemma morale che riguarda le azioni del figlio.

L’unico politico in cui crede davvero l’attore che ha pagato l’impegno buddista con il bando in Cina e qualche ostilità a Hollywood, è il Dalai Lama. Il Dalai Lama  – lui dice- – non si può incasellare in una squadra, è qui per tutti. Per la nostra felicità, per il nostro spirito. “Lui è inclusione ed irradia il mondo con la sua compassione.”

Il momento più bello nella vita di Richerd Gere però non è politico, né artistico : “E’ la nascita di mio figlio.” Ha dovuto abbandonare il set  perchè la moglie stava dando alla luce il figlio ed è arrivato in tempo per assistere alla sua nascita. Poi è  ritornato  sul set per girare la scena finale del film, quella del parto, ed è stato come se suo figlio fossa nato su quel set.

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ESORDIO

esordio copertina

L’esordio nella regia di Andrea De Sica, figlio di Manuel e nipote di nonno Vittorio, è per l’Italia una strano oggetto. Infatti il giovane De Sica cerca una via diversa : un film che non è un gioco cinefilo ma è esplicitamente politico e nello stesso tempo rifiuta ogni realismo. L’idea è raccontare il presente per metafore e raccontare non i margini ma il cuore del potere.

Orfano di padre il sedicenne Giulio viene spedito dall’occupatissima madre in un collegio sperduto tra le Alpi. Si tratta di una scuola destinata alla futura classe dirigente, dove i rampolli delle famiglie ricche devono imparare ad obbedire per imparare a comandare. Una stretta disciplina, senza svaghi, senza Internet e mezz’ora di cellulare al giorno.

Dopo lo spaesamento iniziale, Giulio stringe amicizia col coetaneo Edoardo; ed insieme a lui comincia a compiere fughe sistematiche verso il bosco che circonda il collegio. Dove si trova un “luogo di perdizione” opposto-complementare a quello : un locale notturno popolato di prostitute, tra cui la giovanissima Elena.

Il regista oltre la regia cura anche le musiche originali e scrive la sceneggiatura a “quattro mani” con Mariano Di Nardo.

Acuto il modo in cui il film marca l’età dei protagonisti, nel passaggio indefinito e confuso verso la condizione di adulti e l’ambiguità nel descrivere il personaggio dell’educatore Mathias ( interpretato da Fabrizio Rongione, attore caro a fratelli Dardenne).

Interessante una scena,ispirata e sorprendente : quella in cui Giulio ed Edoardo collaborano all’evasione del primo, sulle note di Vivere cantata da Luciano Pavarotti.

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La Tenerezza

Dopo tutta una carriera in cui si era confrontato con la realtà intorno a lui, il regista Gianni Amelio si ripiega un po’ a sorpresa sul privato : La Tenerezza, il suo ultimo film.

Costruito intorno al volto austero e ispido di Renato Carpentieri, l’avvocato Lorenzo Bonsignore passa le sue giornate “consumando le scarpe” tra i vicoli della sua Napoli. Ha abbandonato  la professione e dopo la morte della moglie ha di fatto chiuso coi figli : Saverio e soprattutto Elena (Giovanna Mezzogiorno), che ha ereditato il suo stesso “pessimo” carattere. Perché questo gelo, il film non lo spiega, se non con vaghe e contraddittorie allusioni ad una relazione di Lorenzo quando la madre era ancora in vita.

A far capire che forse le cose possono cambiare sarà l’arrivo, nell’appartamento confinante a quello di Lorenzo, di una coppia del Nord : lui ingegnere navale controvoglia (Elio Germano), lei affettuosa madre di due bambini (Micaela Ramazzotti) che finirà per invadere e scardinare il muro difensivo che l’avvocato si è costruito intorno. Prima usando il suo  terrazzo e poi contagiandolo con la sua vitalità un po’ naif e coinvolgendolo in una vita domestica che Lorenzo non ha mai sperimentato, nemmeno quando si prende cura del nipotino Francesco ( interpretato dal vero nipotino di Carpentieri) che Elena ha concepito durante un lungo soggiorno in Egitto.

Le cose precipitano quando un tragico fatto mette Lorenzo di fronte alla morte, costringendolo a fare i conti con quel legame – di affetto? di protezione? di sostegno? – che legandolo ai vicini sembrava capace di riempirgli la vita e  le giornate. Ma neppure il dolore sembra capace di cambiare davvero il cuore di Lorenzo.

Neanche l’ingresso in scena della passata amante di Lorenzo aiuta a capire le ragioni di un così pervicace isolazionismo affettivo, di un’aridità che il protagonista non nega assolutamente ma non cerca nemmeno d’addolcire o modificare.

Il fascino  e  la forza del film sono soprattutto qui, nell’accettazione silenziosa di una aridità che Lorenzo ha finito come per trovarsi addosso, forse senza sapere perché e che però accetta ineluttabilmente, come una condanna del destino.

Alla fine Amelio sa trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di confrontarsi con l’intimità delle persone e la voglia di essere sincero fino quasi all’auto flagellazione.

Da un testo di Paolo Mereghetti

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copertina il cliente

I l    C L I E N T E

Sembra quasi un remake rovesciato del suo film più celebre, Una separazione, il nuovo film di Asghar Farhadi. Lì un borghese che si confrontava con l’intransigenza di una famiglia di popolani religiosi. Qui, invece, è il protagonista, insegnante ed attore, a rischiare di causare disgrazie per intransigenza e fame di vendetta.

Emad e la moglie Rana, dopo il crollo del palazzo in cui vivono, si trasferiscono provvisoriamente in un appartamento in affitto. Ma non sanno che l’ultima inquilina era una prostituta, ed un giorno Rana viene aggredita da uno sconosciuto : si tratta di un cliente della prostituta, convinto di trovarla lì. Rana non l’ha visto in faccia. Emad entra dunque in una spirale sempre più rigida, ossessiva, fondamentalista verrebbe di dire, svelando un lato quasi disumano.

Un film a suo modo politico, una messa in discussione non esplicita, ma profonda ,etica, dell’ideologia del regime iraniano. La peculiarità di Farhadi è di sciogliere l’apologo in una dimensione quotidiana di realismo assoluto.

Particolarmente ben riusciti i momenti di vita scolastica di Emad; più insistiti i riferimenti a “Morte di un commesso viaggiatore” di Artur Miller, che valgono come metafore della recita sociale e delle sue miserie.

Si entra nella storia in maniera graduale, quasi, inavvertita, ma con dosaggio sapiente di colpi di scena. Farhadi è innanzitutto un grande sceneggiatore. La sceneggiatura,infatti è stata giustamente premiata all’ultimo festival di Cannes, insieme all’interpretazione maschile, anch’essa mirabile, di Shahab Hosseini.

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