L’ISOLA che non c’è

copertina l'isola

Un giorno Pier Paolo Pasolini perse l’ultimo battello per raggiungere le isole Tremiti. Fu costretto a trascorrere la notte a Rodi Garganico. Alloggiava in una pensione piena di villeggianti, la notte era bellissima ed arrivava fino in paese il rumore della risacca del mare. Raggiunse la spiaggia, era mezzanotte e fu abbracciato dal silenzio. Quel silenzio e quella solitudine ispirarono a Pasolini un’espressione : “Ma qui sono in un’isola.”

L’intuizione è illuminante e non priva di fascino. Il Gargano è un promontorio che fa parte della provincia di Foggia ed è saldamente collegato al Tavoliere delle Puglie; è circondato per tre lati su quattro dal mare Adriatico, ma tutti i suoi paesi hanno l’anima di un’isola.

Venendo da Sud-Ovest, il primo paese è Rignano Garganico, un centro scolpito su una collina da cui si osserva il mare di terra. Una democrazia cromatica in cui svettano i diversi tipi di marrone e verde a perdita d’occhio, un luogo che ha la stessa immensità dell’acqua.

La montagna da cui si guarda il mare, le selve e gli sterminati orizzonti colorati, l’idea aliena di essere isola e terra di confine, hanno reso il Gargano un luogo di ascesi e preghiera. A Monte Sant’Angelo c’è il santuario dedicato a San Michele Arcangelo, che vi apparve nel 490 e da allora divenne luogo di pellegrinaggi da tutte le parti del mondo. IL Gargano è meta del turismo soprattutto tedesco proprio in virtù di questo legame storico e religioso. Dai belvedere di Monte Sant’Angelo si riesce ad osservare il mare, nel suolo scorrono piccoli ruscelli e si aprono grotte misteriche come quella votata al culto di San Michele.

IL Gargano è bianco, marrone, azzurro ed è verde come la foresta umbra,fitta di faggi, cerri, querce e lecci. Tripudio di colori in autunno ed animali come tassi, daini, cervi e cinghiali.

Oltre il verde si affaccia la pietra a strapiombo sul mare e qui sono intagliati i paesi garganici : Rodi, Vico, Vieste, Peschici, Mattinata.  Accrocchi di case spesso in pietra Apicena e contrappunti alla costa disseminata di marine, calette e grotte. Oltre 200 chilometri di pietra e sabbia, costellati da scogliere, “strapunti” e faraglioni dalle forme più suggestive. Le spiagge sono spesso protette dalla pietra, a volte si raggiungono dopo aver traversato grotte, scavalgato montagnole, e disceso tra sentieri ripidi. Il fascino è nel selvatico, negli orizzonti, nella pietra che si estende nel mare e questa morfologia ha permesso la nascita ed il prosperare del trabucco, uno tra i più antichi metodi di pesca. Il trabucco garganico è una struttura composta di travi in legno di pino d’Aleppo ancorate alla roccia, all’estremità sul mare vi sono lunghi bracci che sostengono le reti.

Il Gargano ha questa forma aspra che richiama  un’anima mitologica, come se un grande mostro marino fosse appoggiato nell’adriatico. Le grotte dei due occhi di Vieste evocano un’idea antropomorfica della penisola. I faraglioni nella Baia dei Mergoli a Mattinata creano arabeschi di pietra che si fanno grotta o addirittura monumentali archi di trionfo.

Dopo aver attraversato la foresta umbra nella sua distesa di case bianche s’incontra proprio Vieste, un paese che, pur essendo marittimo, dà l’idea dell’impervio, del montano. Un incrocio di mondi, un connubio unico di irraggiungibilità, serenità, ma anche il costante e proteso braccio teso di una penisola che cerca il mare senza orizzonte, dunque l’infinito.

da un testo di Mario Desiati

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EDEN DIVING

copertina ustica

La Cenerentola delle isole siciliane ha i fondali più belli di tutte “le cugine”. Ustica, infatti, è la meno pubblicizzata. Non è di tendenza. Non è baciata dal turismo vip, né è legata ad un immaginario da film ma resta il regno dei sub.

Insomma Ustica, per quanto defilata, resta un’isola da vivere a pelo d’acqua, con maschera e pinne, quasi fosse una Sharm El Sheikh di casa nostra. Qui al primo tuffo appaiono praterie di posidonia, stelle marine e , più al largo, le grandi cernie. E’ vero ci sono anche le irritanti meduse, ma la maschera subacquea basta per riuscire a scansarle.

A un’ora e mezza di aliscafo da Palermo, Ustica è una meta a portata di mano per l’ultima vacanza di mare d’autunno.

Basta lasciarsi catturare dal fascino dello “spaccazza”, una fessura tra le rocce che merita di essere oltrepassata per scoprire la faglia che scende sino al fondo e per ammirare stupefatti il colore rossastro dei suoi scogli. Siamo nello specchio d’acqua di contrada San Paolo.

L’alternativa a quest’ultimo, per fare un bagno, è la Piscina naturale, una sorta di quadrato d’acqua trasparente, recintato dalle rocce e poco più avanti – lungo la strada oltre il faro che costeggia il mare – compare Cala Sidoti, l’unica spiaggetta di ghiaia.

 Chi, invece, vuole andare in barca può tuffarsi nel blu di Punta Galera o fare il rituale tour delle grotte che culmina con la Grotta Azzurra. Il giro prevede anche la tappa alla Grotta Verde ed alla Grotta delle barche, antico riparo delle imbarcazioni con le sue rocce colorate.

A Ustica è preferibile affittare uno scooter per muoversi ma esiste un bus-navetta che collega la piazza alle varie calette e un servizio taxi privato.

La parte più belle dell’isola è quella che si assapora lungo la strada costiera che porta a Punta Spalmatore e oltre e che offre squarci da cartolina. Sosta obbligata all’Ailanto per l’aperitivo al tramonto.

Ustica è una isola semplice ma si riesce a mangiare bene un po’ dovunque. Qui si trova una cucina genuina a base di pesce freschissimo. Il tocco d’inverno è aggiunto dalle lenticchie.

Prima di partire il miglior souvenir da portare a casa è, infatti, proprio un sacchetto di lenticchie da conservare per l’inverno.

 

 

da uno scritto di Mario Di Caro

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Z h o n g g u o

copertina Zhon

Sulle tracce di Marco Polo, si può scoprire la Cina, il Celeste Impero, ovvero Zhongguo ( regno di mezzo ), e della sua millenaria civiltà, a partire  dalla capitale.

Pechino, la prima tappa, è divisa a metà dalla retta Est-Ovest del Viale della Lunga Pace, dove si affaccia il centro di tutto, la Città proibita, con i suoi 980 padiglioni, i cortili nascosti, i tetti che si incurvano protetti da dragoni, fenici ed altri animali mitologici. E poi strade e palazzi allineati con cura perché si affaccino a sud, per guardare il sole da quando sorge al momento del tramonto, secondo le regole del fengshui.

La scoperta della Cina non può, quindi  che partire da Beijing, il suo cuore politico ovvero la capitale del nord. La cui severità è addolcita da monumenti entrati nell’immaginario collettivo : la già citata Città Proibita oppure il Tempio del Cielo, con i suoi tetti di ceramica blu e gli interni maestosi incorniciati da travi glauche e colonne purpuree che si intersecano a mezz’aria.

Ma non si può lasciare il nord della Cina senza prima fare una passeggiata sulla grande Muraglia. A novanta chilometri da Pechino, infatti, c’è uno dei tratti ( restaurato) più antichi di un manufatto che si estende per oltre seimila chilometri. Sicuramente qualcosa che ha contribuito, nei secoli, a forgiare il senso di appartenenza e di “unicità” di una civiltà destinata a perpetuarsi.

Xi’an, un tempo chiamata Chang’an, Lunga Pace, è l’antica e prima capitale ed è la seconda tappa del nostro viaggio. La città impressiona per le sue imponenti mura, sopravissute al “progresso”, ma soprattutto dal 1979 vi è in mostra il bimillenario Esercito di Terracotta, maestoso tributo al primo sovrano della storia imperiale unitaria, Qin Shihuangdi. Un tributo in forma di guerrieri posti a difesa della sua tomba.

La terza tappa è una località del “profondo sud” cinese : Guilin, nella provincia del Guangxi. Qui si trovano esempi non meno mozzafiato scaturiti, però, dalla prodigiosa forza creativa della Natura.  Intorno e dentro Guilin – il cui nome significa “foresta di osmanto”- svettano curiose colline tanto ripide quanto ravvicinate così da dare l’impressione di ritrovarsi a tu per tu con la “spina dorsale di un drago”. Una crociera, poi, lungo il fiume Li, che attraversa la città e la campagna di smeraldo che la circonda, delizia con i giochi infiniti che questi monti improbabili regalano, nella brezza profumata di un altopiano subtropicale.

L’ultima tappa è Shangai, dal Meridione all’Oriente. Shanghai è la città più moderna ed avveniristica che , da sola, contiene e riflette il “sogno cinese” : conquistare il futuro restando ancorati alla tradizione.

Accanto alle autostrade sopraelevate ed ai grattacieli dalle forme audaci. ai palazzi di vetro e cemento dove si specchia un’umanità sempre in moto, spuntano qua e là i resti storici che raccontano della convivenza ( possibile? ) tra mondi diversi : il Tempio del Buddha di Giada o il Giardino del Mandarino Yu nel dedalo di stradine della città vecchia e le strutture retrò delle Concessioni occidentali, esempi di un’epoca coloniale che non è più.

Peccato dover  ripartire! Ma l’idea del Zhonggou, il regno di mezzo, è certamente nella nostra memoria.

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Navigare tra i fiordi dell’ Oman

copertina navigare

La penisola di Musandam, lembo di terra sotto la sovranità del Sultanato di Oman, è a due ore mezzo di auto da Dubai. Poco più di duecento chilometri, eppure, sembra separata da una distanza enorme nello spazio e nel tempo.

Musandam è fatta di montagne glabre che passano dal rosso bruno al giallo e che corrono lungo la penisola dividendola in valli profonde e creste rocciose. E’ questo fino allo stretto di Hormuz, dove formano un dedalo di fiordi desertici ormai sulle guide turistiche di mezzo mondo.

Khasab, la principale cittadina di Musandam è stata fondata dai portoghesi nel diciassettesimo secolo, ed eccezione fatta per il forte che guarda il mare, è un paesino polveroso e dai colori chiari che si insinua all’interno dentro una gola ripida e bellissima. Qualche negozio, un grande supermercato, stazioni di servizio, alcuni ristoranti. C’è anche un aeroporto con collegamenti quotidiani con la capitale Muscat. E c’è un record da segnalare : qui nel luglio del 2011 è stata registrata la temperatura minima più alta del mondo : 41 gradi. La sera normalmente, invece, si indossa il maglioncino, mentre nel primo pomeriggio fa abbastanza caldo da potersi fare il bagno.

L’Oman, compresa l’exclave di Musandam, è un Paese ordinato e discreto.

Il bagno in Khasab si fa soprattutto durante i tour in barca. I tour tradizionali vengono proposti su barche di legno ampie ( i dhow ) da dieci persone : mezza giornata oppure fino alle quattro del pomeriggio con pranzo a bordo. Ci si inoltra in un fiordo profondo e frastagliato dove si incontrano di frequente i delfini, fino a raggiungere le Telegraph Island.

Oggi non è rimasto nulla della stazione telegrafica, costruita nella seconda metà dell’Ottocento dagli inglesi, solo i gradini di accesso. Le barche fanno sosta qui e i turisti fanno il bagno.

“C’erano anche delle spie inglesi” racconta uno dei marinai per attirare l’attenzione. Ma a guardarsi intorno si stenta a credere che ci fosse qualcosa da spiare. Poi l’uomo indica lo stretto di Hormuz con il suo traffico di bastimenti da e per la Mesopotamia.

In linea d’aria sono pochi chilometri ma sembra un altro mondo ed un altro tempo rispetto alla penisola di Musandam.

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La montagna incantata

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Rosso. Non c’è niente di più rosso del simbolo dell’Australia : Ayers Rock (Uluru in lingua aborigena).

In realtà tutto è rosso nel cuore dell’entroterra : la terra, la sabbia, la polvere che si infila nei capelli e nelle scarpe e  ricopre i cespugli ai lati delle strade e  le solitarie roadhouse che compaiono come miraggi a centinaia di kilometri una dall’altra. Ma Uluru, rosso, lo è ancora di più, semplicemente perché è gigantesco

Pensate ad una massa verticale in una terra orizzontale che catalizza l’attenzione già da lontano. E’ se il suo colore è già peculiare per una montagna, quando arrivano le ore del tramonto, il rosso sembra accendersi e diventare fuoco. Questo fenomeno, dato dalla rifrazione dei raggi del sole sulla roccia arenaria, oggi lascia a bocca aperta ma, per almeno ventimila anni, ha stregato gli aborigeni che tutt’ora lo considerano un luogo sacro.

Lo spettacolo, che si può ammirare acquistando una dei quattro pass proposti dall’Ayars Rock Resort, è davvero suggestivo. Nel silenzio della notte ritornano in mente i percorsi degli aborigeni, sentieri che Bruce Chatwin  ribattezzò Songlines. Questi sentieri a Uluru sono principalmente quelli dei Mala : Liru (serpente velenoso), Kuniya (pitone) e Kurpany (cane gigante) e sembrano uscire dall’oscurità della crosta  terrestre per tramutarsi in luce ed indicare le vie tracciate dagli antenati.

Da sempre fonte affidabile d’acqua e di cibo per gli Anangu, il monolite australiano è un richiamo per gli animali, che nelle sue pozze d’acqua permanenti, trovano piccole oasi in un ambiente desertico dove le temperature invernali arrivano a sfiorare i quaranta gradi.

Il tour operator Uluru Camel  Tour propone un’escursione in cammello all’alba, al tramonto. Outback Cicling noleggia bici per fare un giro intorno alla grande roccia e l’Uluro motocycle Tours addirittura Harley Davidson, rigorosamente con autista.

In alternativa c’è chi opta per il periplo della montagna a piedi per apprezzare le straordinarie variazioni dell’arenaria, entrare nelle caverne e riposare sotto le querce del deserto. La roccia a distanza sembra liscia e compatta, in realtà è segnata da solchi, grotte e rientranze. Ed il colore continua a cambiare passando dall’arancio al rosso, dall’ocra al grigio a seconda degli strati esposti all’aria, a seconda del meteo ed a seconda della luce.

Non dimenticare gli itinerari culturali di SEIT Outback Australia verso Cave Hill. Un’area dove ci sono molte pitture rupestri, di intenso effetto.

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