le V I N en R O S E

Narra Dionigi di Alicarnasso che Romolo aveva concesso agli uomini di uccidere la moglie in due circostanze : adulterio ed ubriachezza. Oggi che purtroppo siamo ancora piagati dal femminicidio, almeno il piacere alcoolico non viene considerato una colpa.

Abbiamo, da poco, superato il periodo dei giorni di fine vendemmia. Un periodo che i cambiamenti climatici hanno reso sempre più dilatato, dalla raccolta agostana delle varietà precoci e di quelle destinate a far da base per gli spumanti, fino ai vitigni tardivi ed alla scia zuccherina delle uve lasciate appassire in pianta. Mai come quest’anno le donne segnano il destino del vino in vigna ed in cantina, tra agronome e cantiniere, enologhe e raccoglitrici, commercianti e sommelier, semplici, appassionate e superproduttrici. Un mondo sempre più declinato al femminile.

In Gran Bretagna i millennials maschi e femmine assumono vino in pari quantità. Dato rivoluzionario se è vero che un secolo fa gli uomini bevevano esattamente il doppio delle loro coetanee. La metà delle bevitrici statunitensi, ormai, considerano il vino la loro bevanda d’elezione, mentre gli uomini sono fermi al quarantasei per cento, anteponendo al vino sia la birra che i superalcolici.

“Le vin en rose” ha risvolti sociali imprevisti e potenti.

Trent’anni fa Maida Mercuri la più giovane sommelier donna italiana, veniva boicottata dai colleghi milanesi, mentre la friulana Rosa Bosco litigava con i contadini che si rifiutavano di fare la vendemmia verde, cioè dimezzare il numero di grappoli in pianta per migliorare la qualità delle uve..

Il passo successivo è stato ammettere le donne nelle aziende vinicole. Oggi un vignaiolo su tre è donna, mentre le sommelier hanno superato la quota del quaranta per cento. In quanti ai consumi, oggi il quarantuno per cento di chi beve vino in Italia è donna.

Poi ci sono le produttrici:Donne che sanno fare impresa con il filtro essenziale del rispetto verso la terra ed il futuro dei propri figli: Sensibilità che si traduce in moltissimi casi nella scelta di produzioni naturali.

E per finire leggiamo un sondaggio che svela che una donna appassionata di vino, competente, curiosa viene percepita come sexy ed affascinante dal novantuno per cento degli enonauti maschi.

 

 

 

 

 

 

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“ P A T R I A “

copertina Patria

La vicenda dell’Eta, il separatismo basco e la lunga scia di sangue che ne è seguita, ha trovato il suo romanzo.

“Patria” di Fernando Aramburu è un libro su quelle vicende, ma è anche un romanzo corale ricco di personaggi e di storie.

Due famiglie in un paese vicino a San Sebastian, amicizie intrecciate tra genitori e figli,sempre insieme. Poi uno dei genitori viene fatto oggetto di ricatto da parte dell’Era. L’altro gruppo familiare simpatizza per l’Eta  ed  il rapporto si rompe. Joxe Mari, il figlio di mezzo del secondo gruppo, entra nel gruppo terroristico dell’Eta e gli viene ordinato di sparare a Txato, il genitore ricattato dell’altro gruppo familiare. Il giovane lo fa.. Bitorri la moglie di Taxto non si darà pace sin che non avrà da Joxe il suo “Mi dispiace”.

Questo è l’asse del racconto; attorno ci sono le vicende dei singoli membri delle due famiglie.

Il romanzo sta tutto in questi personaggi, scandagliati dalla voce narrante, che s’introduce e dà spazio a ciascuno. Il tema è quello della “zona grigia” che avvolge il paese, che assiste senza intervenire alla messa al bando e all’uccisione di Taxto. La ricostruzione di questo clima è penetrante.

Ma la forza del racconto sta nel modo in cui è stato scritto : senza seguire la progressione degli avvenimenti, spostandosi avanti e dietro nel tempo; e poi nello stile : paratattico a tratti , veloce, sommario, ma sempre preciso, elegante, coinvolgente.

In questo “Patria” si rivela uno dei migliori libri usciti quest’anno.

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EFFIMERO monumento

copertina effimero

Il 28 aprile 1958 l’artista francese Yves Klein inaugura la sua esposizione “Il Vuoto” presso la galleria Iris Clert a Parigi con l’intento di mostrare la materia primaria della sua ricerca : la sensibilità pittorica.

Arman risponde con “Il Pieno”, riempiendo lo stesso spazio con un’imponente massa di scarti urbani, come biciclette, radiatori di automobili, centinaia di lampadine usate, binocoli, bidet, dipinti di altri artisti e radio rotte.

Una contrapposizione estrema tra assenza e presenza degli oggetti che trova un equilibrio nell’opera di Sarah Sze (1969), che lavora sulla situazione spaziale offerta da musei e da gallerie per costruire un flusso di cose che arrivano, come terza via, a formare un insieme visibile ed invisibile, materiale ed immateriale.

Le sue composizioni fluttuano negli ambienti architettonici, li occupano e compongono ramificazioni, in cui gli oggetti perdono la loro funzione e si affermano come entità, sempre riconoscibili, ma partecipi di una crescita e di forme che risultano naturali. Sono libri, lampade, porzioni di automobili, tavoli, bombole, cactus, bottiglie, saponi e utensili con cui l’artista dà corpo a un’occupazione ed una lievitazione in cui i prodotti assumono diversi ruoli, inediti e non abituali. Diventano attori di un viaggio nello spazio, dal pavimento al soffitto, che non è mai lineare né costante. Producono reticoli che si avvicinano alle stesure grafiche che formano la rappresentazione dei monumenti in Piranesi, il cui effetto di miscellanea casuale e caotica comporta l’intreccio di parti luminosi e trasparenti, oscure e piene, in cui lo sguardo del visitatore si perde, come in un labirinto.

E’ un invito ad immergersi in uno spartito tridimensionale che, con i suoi momenti di crescita e di caduta, fa percepire una costruzione del mondo, fatto di prodotti seriali, che è una ragnatela in espansione come in declino : un monumento all’effimero che ci circonda e intrappola.

testo di Germano Celant

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A simphony of Techno

copertina simphony

Superata l’euforia dei rave e della musica fai da te, i dj che per vent’anni ne sono stati protagonisti, superstar indiscussi della club culture, cercano affermazioni più clamorose nell’universo del pop o nella musica classica e contemporanea.

Il 10 ottobre di questa’anno CARL CRAIG, altro gigante della scena Detroit, è stato protagonista al Festival Romaeuropa della performance Versus Synthesizer Ensemble – A simphony of Techno insieme a Les Siècles Orchestra e Francesco Tristano, il trentacinquenne geniale pianista lussemburghese che spazia con disinvoltura da Bach a Cage ed all’elettronica, a suo agio sui palcoscenici del Sònnar e della Carnegie Hall.

Il progetto Versus nacque nel 2008 e nella sua prima forma fu presentato nella Citè de la Musique di Parigi, accolto da cinque standing ovation.

Questi due musicisti ( Craig e Tristano) sono due musicisti di estrazione diversa determinati ad unire le forze per definire il suono di un secolo – in bilico tra classica contemporanea ed elettronica -  che stenta a ritrovare l’esuberanza del Novecento ma è anche attento a schivare la ridondanza del già detto che condannò Cage al silenzio.

“ La house e la techno -dice Carl Craig- hanno operato una rivoluzione irreversibile, ma essere un dj non è certo la corsia preferenziale per arrivare in classifica.”

Tenuta alla larga dal pop e guardata di traverso dall’accademia, la techno è riuscita ad infiltrarsi nell’una e nell’altra, creando opere sorprendenti. Più, però, ci si allontana dal mainstream e più si fa fatica ad essere riconosciuti, è successo a  musicisti che Craig considera esempi fulgidi, come Sun Ra.

Le aspirazioni artistiche di Craig hanno preso definitivamente forma nell’incontro e nello scambio con Tristano, un musicista dalla formazione classica con un occhio puntato verso il futuro. “Lui va avanti – dice Tristano – realizza il tuo sogno- E io che non mi sono mai sentito un concertista classico nel senso tradizionale del termine, ho seguito il consiglio. Mi mancava qualcosa per trovare la mia strada e quel qualcosa me l’ha dato Carl Craig e l’elettronica:”

 

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il V I S I O N A R I O

copertina KY

Lo spirito del gatto lo avvolgeva come un secondo kimono. Per i contemporanei, addirittura, Utagawa Kuniyoshi a volte considerato lui stesso un “bakenego” vero e proprio Stregatto  ante litteram, creatura a metà tra una fantasma ed un mostro felino la cui caratteristica principale era il trasformismo.

Sin da giovane il maestro dell’Ukiyo-e, nato non lontano dall’allora piccolo villaggio di pescatori di Edo, la futura Tokio, aveva suscitato interesse per le sue capacità artistiche.

I gatti che il maestro adorava al punto da nasconderne uno nella manica della sua veste anche quando lavorava alle sue creazioni, mentre felini di ogni taglia e colore vagavano liberi per le sua casa studio. E spesso comparivano nelle stampe come protagonisti reali o immaginari.

Eppure Kuniyoshi è stato capace di trasferire con inchiostro e colori molto altro nei suoi Ukiyo-e. Per esempio i 108 briganti protagonisti della saga “Suikoden”. O i samurai protagonisti delle battaglie che avevano trasformato il Sol Levante. E ancora : le splendide cortigiane che allietavano i signori dell’epoca. O le figure mitologiche proprie della storia patria.

Figlio di un tintore di seta sin da bambino dimostrò un innato talento per la raffigurazione artistica tanto che  a soli 12 anni fu ammesso nella celebre scuola di  xilografia Utagawa, a Edo, dove in breve ricevette il suo nome d’arte : Kuniyoshi.

Ma la sua ricerca di autonomia, la sua curiosità verso le tecniche occidentali (l’uso del rame, per esempio) gli regalarono anche momenti di oblio come quando nessun committente arrivò a bussare alla sua porta, costringendolo a vendere tatami per sbarcare il lunario.

Una figura con luci e ombre, che rimase tuttavia sempre fedele ai propri principi, ai propri sogni che trasferiva sulla carta dando vita ad allegorie policrome capaci di sorprendere per la loro somiglianza con le opere di Arcimboldo.

Kuniyoshi fece in tempo a raffigurare i primi occidentali arrivati nel porto Yokohama, aperto ai commerci nel 1859 ma l’artista aveva ormai un tratto evanescente forse aveva semplicemente capito che il suo universo stava per cambiare per sempre. In realtà, però, il mondo  fluttuante dei suoi eroi non era affatto destinato a sparire : per nostra fortuna.

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