copertina antidepressivo

Un   antidepressivo   vivente

Si fa fatica a decidere se lo sguardo più tenero sia il suo o quello della Gigia, la cagnolina trovatella che qualche anno fa è entrata della sua famiglia e che ha voluto farle compagnia nella quarta di copertina del suo ultimo libro.

Nell’atmosfera tranquilla e rilassata dei Magazzini Oz, lo spazio multifunzione dell’associazione che contribuisce ad animare e che ha come  mission  l’accoglienza delle famiglie dei bambini gravemente malati ricoverati all’ospedale Regina Margherita, Luciana sfoglia una copia stampata di La Bella Addormentata In Quel Posto, 189 pagine di aneddoti e ritratti al vetriolo: Una riga più fulminante dell’altra. Tranne una. La prima: la dedica al padre, da poco scomparso.

 Non l’ha mai voluta lasciare la sua città: Torino. La città della sua infanzia, nel quartiere popolare San Donato, dove il padre Piero, ex operaio Fiat, e la madre Antonietta, ex camiciaia, si sono trasferiti dal Canavese per aprire una latteria.

Se la ricorda bene la sua città quando era la città della Fiat e degli operai, in gran parte provenienti dal Sud, malvisti dai torinesi doc. Allora, però, gli immigrati meridionali di quando era piccola, volevano lavorare e rimettersi in gioco. Gli stranieri di oggi non possono perché il lavoro non ce l’hanno e non lo possono avere. Anche in questo Luciana prova a far la sua parte, collaborando con la Caritas e ospitando in un suo appartamento donne solo o con figli piccoli che hanno bisogno di un tetto in attesa di sistemazione.

La bella addormentata parla dei nostri tempi, al tempo stesso social ed asocial. La bella addormentata, quella originale, era una principessa in attesa del suo principe. “Io invece – dice Luciana – il principe azzurro non l’ho mai sognato, neppure da ragazzina.”

Non è forse un principe azzurro, ma Davide Graziano, suo compagno di vita, è un punto di riferimento importante, con cui ha condiviso tutto. Anche la scelta di affrontare una scelta impegnativa, come l’affido di due ragazzi di 9 e 12 anni. Oggi Giordan e Vanessa di anni ne hanno 19 e 22. Ora il figlio maschio si sposterà a studiare in Francia e Vanessa è all’Accademia delle Belle arti.

Lei aveva iniziato come insegnante, poi però il richiamo del palcoscenico ha avuto la meglio. Il problema era spiegarlo al padre. Non se ne faceva una ragione. Quando qualcuno gli chiedeva di lei diceva che facevo recite, non cabaret. Poi i ricordi del passato lasciano spazio a quelli più recenti, a quel giorno di  pochi mesi fa, quando se ne è andato smettendo di lottare contro una malattia dolorosissima. “Era una persona per bene, onesto, lavoratore. – dice Luciana – Ecco come vorrei che davvero diventassero i miei figli.” Forse il principe azzurro era lui…..”Sì, era lui.”

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L I S B O N A

copertina Lisbona

Ci sono due luoghi dove è facile comprendere all’istante il carattere di Lisbona.

Il primo, il Museo do fado, che è dedicato agli spartiti, agli strumenti ed ai più gradi interpreti del genere musicale nazionale e che chiarisce perché lo spirito di questa città sia irrimediabilmente malinconico e fatalista.

L’altro è il nuovo MAAT, il Museo di Arte, Architettura e Tecnologia, inaugurato sulle rive del Tago. Un tributo dell’architetto inglese ( Amanda Levete ) ai due elementi di cui è pervasa Lisbona :  luce ed acqua.

Lisbona non vive solo struggendosi del passato ma ha lo sguardo già oltre, proprio come quello che i navigatori celebrati sul Monumento alle Scoperte rivolgevano all’Oceano. La città oggi, nonostante il suo atavico senso d’irresolutezza, sta vivendo un’epoca di grande fermento.

Per scoprirla si può scegliere il tour più economico possibile, quello a bordo dello storico Tram Numero 28. Al costo di un semplice biglietto si può trascorrere un’ora di rapidi saliscendi tra Baixa, il salotto buono della città, e l’Alfama, il quartiere più antico dove arrampicarsi fino al Castelo de Sào Jorge, da cui si possono apprezzare i sette colli su cui fu fondata la città.

Ai turisti enogastronomici  Lisbona offre le proprie radici gastronomiche in chiave contemporanea. Il merito va a protagonisti tipo Jose Avillez, alla guida di una galassia d’insegne dalle diverse identità. Da Belcanto al divertente Beco Cabaret Gourmet.

E poi c’è l’elegante Alma dello star chef televisivo Henrique Sa Pessoa. Ed  infine Feitoria di Jào Rodrigues, una tavola di tecnica e di ricerca da provare dentro l’hotel ALTIS a Belèm, una sistemazione di design, in posizione panoramicissima, che dispone anche di attrezzatura Spa.

Fare poi la fila per assaggiare i deliziosi pasteis de Belèm ( o pasteis de nata ) dell’Antiga Confeitaria de Belèm, una vera istituzione. Sono deliziosi dolcetti di pasta sfoglia con crema all’uovo che danno dipendenza, soprattutto se appena sfornati.

La rinascita culturale di Lisbona è passata anche attraverso progetti trasversali e creativi come l’XFACTORY, un laboratorio di idee ed eventi nato dal recupero di un distretto industriale dismesso nel quartiere di Alcantara : oggi al suo interno ci sono uffici, atelier, librerie, botteghe, bar e ristoranti ed un ricco calendario di concerti, mostre e workshop.

Nella stagione più calda poi Lisbona offre un’infinità di attività. Per esempio O Sol da Caparica, festival estivo per antonomasia all’insegna dell’eclettismo musicale ( oltre 30 gli artisti e le brand ), della street art e naturalmente del surf, di cui Lisbona, con le sue spettacolari spiagge, è una delle capitali europee.

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SOLSTIZIO d’ INVERNO

solstizio I  Foto 6

Quando a dicembre arriva il solstizio

che dell’inverno scandisce l’inizio

il sole pare diventare più mite ed umano

non fa più l’altezzoso nel cielo lontano

insieme a noi si leva tardi al mattino

si tira pigramente sul tetto vicino

rimanendo incantato tutto il giorno

a guardare curioso le case intorno

non c’è chi non lo veda affacciare

che non lo faccia subito entrare

accogliendolo con cordialità e calore

come si trattasse d’un ospite d’onore

in realtà sembra che al solstizio

sia la festa del sole ad avere inizio.

(A.Carcuro)

 

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copertina le serve

L E    S E R V E

Un armadio pieno di vestiti e gioielli della loro padrona che ogni sera  a turno indossano “giocando ad essere Madame”, uno specchio che rimanda il vuoto della loro identità ed il grande letto dove avviene la cerimonia del delitto.

Il,palco del teatro Grassi è pronto per “Le serve” uno dei capolavori di Jean Genet. Il testo nel 1947 ispirato ad un evento di cronaca ha per protagoniste due inquietanti sorelle, Claire e Solange. La loro trasformazione, ogni sera quando la amata/odiata padrona non c’è, è un rituale ossessivo che puntualmente terminerà con l’uccisione di Madame.

A dirigere la pièce, Giovanni Anfuso, a darle voce tre attrici, Vanessa Gravina (Madame ), Manuela Mandracchia ( Claire ) e nei panni di Solange, Anna Bonaiuto alla sua prima volta con Genet.

Le cameriere dalla loro soffitta desiderano tutto ciò che ha la padrona ( bellezza, vestiti, gioielli, amanti ) e sognano di essere lei , ma nello stesso tempo la vogliono uccidere. L’essere donna è, per loro un’aggravante che esaspera il rapporto schiavo-padrone, “les bonnes” , in francese, vuol dire anche “le buone”, ovvero buone per tutto, per fare qualsiasi cosa.

 Con una scena tinta di verde, livida come un cadavere, sul palco si riflette anche sul ribaltamento tra immaginario e realtà. Le serve non possono desiderare né amare. Vorrebbero toccare la loro Signora ma non possono, accarezzano dunque i suoi vestiti. Anche Madame rappresenta un altro vuoto, lei vive solo nell’oggetto che possiede, vestito. gioiello o amante che sia.

Le serve rappresentano tutti i rifiutati, i diversi, gli emarginati ma anche una critica rispetto al ruolo ed alla mancata identità. Indossare un ruolo è l’essere riconosciuti come persone. L’ idea sulla possibilità di un riscatto sociale per Genet  è infernale, non c’è riscatto se non nella morte.

Le due interpreti sono bravissime nel dare spessore anche alla pochezza umana che traspare tra le sfaccettature di queste donne, diverse tra loro e vere nelle emozioni che esprimono e che la Signora opprime anche tecnicamente ed è presenza fantasmatica anche con le gigantografie.

“Le serve” è una favola che diventa un rituale maledetto ed insopportabile cercando di svelare la violenza profonda che vive in noi e determina la nostra cultura, la nostra esistenza e la nostra psicologia. E’ una messa nera, un’invocazione sensuale del potere, un denudamento fisico, morale e sociale. Allo spettatore non resta che “partecipare a questo rito già insito nel teatro e di cui spesso ci si dimentica.

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